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_ Sandro Pellarin (2008) [nc]

Nella ricerca degli ultimi anni l’attenzione dell’artista si è andata concentrando sul tema dei sensi intesi come tramite del rapporto più istintivo e diretto con quanto ci circonda. In particolare il tatto si è rivelato come la forma di percezione più primitiva, in grado di stabilire un contatto privo di mediazioni tra noi e ciò che è altro da noi, che innanzitutto si rivela essere il nostro corpo. Da qui uno dei tratti principali di questa pittura che è la tendenza alla sinestesia. Toccare non significa solamente passare la mano su una parte del corpo, ma attivare quella dinamica di apertura e chiusura che ne costituisce la forza e la fragilità insieme, il suo essere limite ma anche tramite del contatto tra esteriorità ed interiorità. Un paradossale immergersi nella e della superficie di quel corpo che si presenta come qualcosa di apparentemente già dato, già conosciuto, e che invece va riscoperto nel sentirne pieghe, forme, insenature, quasi come un paesaggio da esplorare con la carezza dello sguardo pittorico. Ma tutto ciò richiede anche un esercizio di estraniazione dal caos delle sensazioni per potersi immergere nella ricerca di quella che potremmo definire la sensazione ad uno stato di purezza.

Il corpo è una presenza costante nella produzione pittorica dell’artista, esso non si dà nell’evidenza di una rappresentazione realistica ma attraverso un gioco di velamenti e svelamenti che lo rendono enigmatico. Enigmaticità che si accentua ulteriormente nella scomposizione del corpo stesso, nell’attenzione portata sui particolari, sulle pieghe, come se lo sguardo fosse invitato a compiere una lenta zoomata che dissolve il corporeo in una dimensione astratta. Di qui anche la possibilità di un fraintendimento nella lettura di queste immagini, fraintendimento che è il risultato di un ambiguità ricercata. Non a caso l’artista, fin dagli anni degli studi, si è accostata al tema dell’androgino, del corpo il cui apparire si colloca proprio sotto il segno dell’ambiguità. Una pittura quindi il cui intento è di invitare alla scoperta di una chiave ermetica in grado di rivelare l’interiorità attraverso l’esteriorità, coinvolgendo la sfera emotiva e scoprendo la precarietà e nudità dell’essere umano.

La scelta di ricorrere ai monocromi, di forte impatto emotivo, è il frutto di un espressionismo legato ad una raggiunta consapevolezza e maturità artistica. Il rosso è il colore di una sofferta interiorità, di grande forza e impatto, il bianco immerge in una serenità ingenua e quasi prenatale, il nero è la riemersione dal caos, quasi una rinascita e una nuova presa di coscienza. La scelta della garza, non semplice supporto ma parte integrante dell’opera, richiama l’idea di un elemento che avvolge il corpo, lo tocca, e sul quale si depositano delle tracce che prendono consistenza mediante un sottile strato di stucco sul quale si realizza l’intervento pittorico. Ciò che rimane sulla garza è il segno della superficie del corpo, la sua dimensione di filtro che al contempo distingue, separa, ma mette anche in comunicazione, quasi in un ritmo di inspirazione ed espirazione, l’interno con l’esterno. Tutto ciò reso esplicito dalla trasparenza che fa dell’al di là dell’opera parte dell’opera stessa.