_

_ Katia Toso (2012) [nc]

AUTENTICHE PIEGHE

“Il molteplice non è soltanto ciò che ha molte parti, ma è anche ciò che risulta piegato in molti modi […] come un derma messo a nudo”1 . Nel solco di questa analogia (di matrice filosofica barocca, come barocca è per molti versi la nostra epoca) si è sviluppata sin dagli esordi la ricerca espressiva di Silvia Lepore, sino a generare una crittografia segnica con la quale i ripiegamenti della materia corporea vengono individuati, accarezzati e scomposti sino a penetrare nelle pieghe infinite del sé. Tale crittografia si dipana ricorsivamente, nel suo farsi, per ossimori solo apparenti, come sono quelli che la piega contiene nella sua intima struttura, dove direzioni opposte vengono a contatto e vie analoghe si divaricano. A partire dalla sua aderenza al supporto di elezione: la garza, che ordina la realtà (visibile in trasparenza) attraverso le coordinate cartesiane della trama e dell’ordito, ma che pure la sovverte nello sfilacciamento organico dei bordi, nelle movenze ariose che increspano la tessitura e la rendono significante di esperienza. In questa rete la materia gessosa del pigmento, dapprima aggiunta con esuberanza, viene spianata dall’artista sino a vagliare le strutture filamentose che restituiscono l’idea di particolari anatomici e gli addensamenti di umori e calcificazioni, seguendo l’andamento delle pieghe piuttosto che definendo forme. Nel labirinto di queste inflessioni, che da territori inesplorati divengono microcanali percettivi, si annullano le distinzioni tra parte e tutto, grande e piccolo, fuori e dentro, regola ed eccezione, materiale ed immateriale; infinite possibilità di relazione si incarnano nelle ombre che da esse emergono sorprendenti sulle pareti con l’enigmaticità di un frottage alchemico. I codici sociali dello sguardo sono azzerati. La disposizione contemplativa che ci è richiesta, come raramente accade nelle logica effimera di molte esperienze estetiche contemporanee, è nella duplice dimensione dell’intensità e della durata. Se questa si avvera, attraversando la fragile mobilità dei frammenti liberamente sospesi cosí come custodendo l’iconicità preziosa dei lacerti inseriti in reliquiari di plexiglass, giunge alfine il momento euristico in cui affiora cosciente una percezione di autentica appartenenza.

1 Gilles Deleuze, La piega. Leibniz e il Barocco, Torino, Einaudi, 2004 [1990], pp. 5-6.