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_ Chiara Tavella (2012) [nc]

Antinomie del corpo. O dell’esistenza

Dodici stendardi di garza, disposti in modo apparentemente disordinato ad occupare tutto lo spazio. Su sei di queste garze il gesso bianco disegna la ramificazione dei vasi sanguigni; sulle altre, particolari di corpo ingranditi oltre il normale. Sulle garze, anche, la proiezione di due video: in uno scorre la trama larga di un tessuto – ancora garza – tinta di rosso, cosí che il segno bianco degli stendardi si tinge anch’esso durante la proiezione; nell’altro si succedono movimenti lenti di un corpo nudo, parti di corpo, dettagli quasi irriconoscibili. Le proiezioni si frammentano su più piani, si moltiplicano in profondità, si sovrappongono, trascinando con sé l’ombra dei segni in gesso e andando infine a depositarsi sulla parete di fondo, in un fluire di immagini che diviene un continuum ormai del tutto astratto. Lo spazio stesso perde la sua concretezza, si tramuta in un alveo buio e incerto che risucchia lo spettatore, dove ci si inoltra guardinghi come in una selva oscura e luminosa insieme, una foresta “interna”, sanguigna, sotterranea, fatta di vene e arterie. Complice il suono: una pulsazione lenta che ha anch’essa qualcosa di interno, come il rumore di un sasso che cada nell’acqua fonda di un pozzo. La videoinstallazione riconduce al tema del corpo, che emerge con particolare urgenza e con una particolare connotazione nel corso degli anni ‘90, quando i progressi dell’ingegneria genetica – riassunti nel caso della pecora Dolly, clone di cui viene resa nota l’esistenza nel 1997 – pongono una seria ipoteca sull’unicità e l’individualità del corpo. Due anni prima, nel 1995, la 46esima Biennale d’arte di Venezia si era incentrata sulla mostra Identità e alterità, una ricognizione sul corpo umano nell’arte del secolo che si andava chiudendo, da cui emergeva un corpo ormai minato, indebolito fin nella sua più elementare funzione di ultimo argine dell’identità, recinto sgangherato entro cui a stento resiste una qualche parvenza dell’io – uno dei grandi temi del ‘900, questo della dissoluzione dell’individuo. Corpus#3 si inquadra in quest’orizzonte e ha radici lontane: nel corpo che fin da subito, dalla metà degli anni ‘90, è “il” tema della ricerca della Lepore, e nella garza che, desunta dalle esperienze di restauro, diventa dai primi anni 2000 il supporto principale del lavoro dell’artista. A questo si interseca sempre più spesso l’intervento video di Pellarin, che trova nella garza lo “schermo” ideale, proprio perchè non è uno schermo, ma un velo che lascia filtrare al di là l’immagine e permette di superare la bidimensionalità della proiezione, espandendo il video oltre il video, facendolo vivere nello spazio. Cosí nascono Corpus, videoinstallazione presentata nel 2010 ad Amsterdam, e Corpus#2, allestita a Gmünd (Austria), nel 2011. Cosí nasce Corpus#3, in cui il gioco antinomico, insito nel tema del corpo e nell’uso del video, si articola in molteplici polarità: – grande/piccolo: il corpo si fa piccolo di fronte all’ingigantirsi dei capillari, oppure grandissimo; mentre la sovrapposizione dei due video viene riproposta in un visore nascosto in una nicchietta della parete di fondo: micro e macro, l’uno specchio dell’altro; – materia/immaterialità: la raffigurazione del corpo, che è materia, è affidata al video, che è luce, ossia un medium per sua natura immateriale e per lunga tradizione sinonimo dello spirito; – fuori/dentro: le garze, che normalmente fasciano e nascondo il corpo, assumono il ruolo di un filtro trasparente, di un confine permeabile tra dentro e fuori, tra il mondo e l’io, di cui svelano l’essenza interna, l’ineluttabile fisicità del sangue che scorre; – sguardo/tatto: i video, le garze, i segni si “vedono”, il suono si “sente”, ma poi il senso che appare maggiormente coinvolto, anche se non in modo esplicito, è quello del tatto (anche questo un filo conduttore nel lavoro della Lepore): il gesto del corpo ripreso nel video è accarezzare, il suono ha a che fare con la pulsazione. L’installazione stessa è, nel suo insieme, un’esperienza prima di tutto tattile e solo in un secondo tempo conoscitiva: è un’opera in cui veniamo assorbiti dentro, che siamo costretti a sperimentare “sulla nostra pelle”, attraversandola come in un viaggio. In sintesi, corpo e spirito. La matrice platonica del pensiero occidentale, e in fondo anche il nostro senso comune, li ha sempre mantenuti distinti; qui invece si fondono nell’esperienza della corporeità, dell’essere corpo, sangue, carne, pelle; qualcosa che è per sua natura corruttibile e transeunte, ma che resta l’unico terreno possibile su cui fiorisce l’esistenza; l’unico, il corpo, a poter essere sfiorato da una carezza.

Dal catalogo di A quattro mani