_ testi

_ Sandro Pellarin (2000)

Forme-figure emergono e si dissolvono, quasi presenze fantasmatiche in continua tensione con una materia-colore tesa alla difficile semplicità della monocromia. Stratificazioni, cancellature, la materia è continuo lavoro, è tempo, che permette il manifestarsi della forma e continuamente la occulta. Terra, sangue, acqua, nebbie elementi primigeni e vitali colti nel loro trasmutarsi alchemico; da questo caos fecondo la figura umana si dà, spesso nell’istante della sua metamorfosi, nel movimento della danza in cui continuamente esce da sé e diviene altro, si tuffa e riaffiora dall’abisso del caso-caos in cui tutte le forme sono possibili. Il colore si cristallizza, assume le tonalità e le venature di un minerale, una superficie senza tempo in cui la figura è tracciata nella sua essenzialità, come graffito sulla roccia, archetipo di una forma primitiva. Nel gesto si trasmette l’emozione di una visione, il quadro diviene lo spazio in cui l’interiorità della memoria si fa visibile superando la sua dimensione puramente soggettiva.


_ Paolo Toffolutti (1999)

Passando attraverso la poetica del romantico e del sublime, le vedute in forma di guazzo, sempre più incomplete, di Silvia Lepore invece che dissolversi nelle brume di un Turner o nelle sapienti pennellate di Twombly, si affrancano dal passato divenendo più che mai impossibili confronti contemporanei, tratti di trascrizione delle emozioni, di attraversamento della tradizione e ricerca di vicoli, sentieri, carruggi nascosti, scoperti percorrendo a ritroso la storia. Una storia riletta come ricerca contestualizzata entro il cordone sanitario definito dai materiali di esercitazione – matite e terre appena stemperate con resine applicate su cartoni per abbozzi di piccolo formato – dove è evidente l’idea del collocare l’intervento in un momento precedente all’epifania dell’opera. Ne risulta soprattutto un appunto, un “capriccio” dal rapido scatto mentale che descrive una situazione tellurica fatta di luoghi e percorsi visionari che dalla Spagna di Goya conducono alla Torino di P.Pusole.

testo pubblicato nel catalogo di Didivué – Villacaccia – Udine


_ Aldo Nodari (1999)

Analizzando le opere che hanno siglato il percorso che la giovane pittrice Silvia Lepore ha già compiuto in seno all’arte, ci si rende subito conto di alcune peculiarità espressive che costituiscono il filo conduttore della sua produzione: la necessità di rappresentazione evanescente in cui il paesaggio o la figura umana nascono quasi per incanto dal rapporto dialettico tra finito e infinito, tra casualità e causalità. Importante è anche l’elemento materico, tendente a differenziare ulteriormente la policromia delle zone, caratterizzate e siglate da una varietà di venature in cui il colore e la sua stesura hanno un ruolo determinante, spesso ribadito anche dall’inserzione di elementi grafici. In questa fase più recente, la pittrice si è dedicata con particolare interesse alla resa della figura umana, formalmente riconosciuta con una gestualità pittorica che supera le leggi dell’immaginazione e che si affida ad un’istintiva sensibilità.