_ testi

_ Francesca Agostinelli (2010)

Attraverso
 
Un unico grande tema, indagato e declinato nei modi della scultura, della pittura, dell’installazione, del video. Ma per Silvia Lepore la grande indagine è leggera, priva del fardello di chi si addentra nei campi senza bordi e culturalmente melmosi che storicamente hanno in-definito la nostra natura. Che è quella umana bipolare, ora avversa, ora concorde, ora ammiccante a una dualità riconosciuta, affermata e negata nei corsi e ricorsi della storia del pensiero. 
Per Silvia Lepore la questione è diretta, a pelle. L’artista parte infatti dal corpo, come territorio in cui giocare la partita del sentire e volgere l’esperienza a vissuto, in un inarrestabile scambio con il mondo esterno che fa di ciascuno di noi uno. E non altro.
Silvia allora comincia da sé e sgrana parti corporee mai ferme, fermate piuttosto qua e là a indicare nel loro continuo modificarsi l’instabilità mutevole della nostra contemporanea identità. Plasmata al gioco dolce e aspro del tempo che va, come noi andiamo, a comprendere attraversamenti, passaggi, così da definire da un nostro essere fisico un noi interiore. Che non è più, per Lepore, aprioristica o metafisica realtà ma sostanza in formazione perenne, derivante dalla mappatura delle esperienze che in modo unico il nostro corpo consente, trattiene, rilascia in un continuo farsi e disfarsi che fa e disfa ciò che qui e ora siamo.
La bocca, gli occhi, la pelle, sono evocati da garze, plexiglass e materiali trasparenti; da installazioni leggere che offrono immagine di un procedere teso a suturare ataviche polarità, a rammendare bordi, in un oscillare tra sponde con lo slancio lieve e il respiro sicuro di chi non conosce vertigine.
Si muove Silvia tra materiali che scavalcano il ruolo di supporto, di mezzo, per farsi soggetto attivo di un racconto ove l’attraversamento, il passaggio, l’interferenza diviene cardine visivo di un itinerario di ricerca. Ove la fisicità della porzione corporea si stempera al filtrare della luce per consentire l’apertura ad altro e sconfinare dalla propria chiusa definizione verso tenitori nuovi e diversi.
Lepore indaga le pieghe del vissuto fisico, avvalora i sensi nelle loro radicali possibilità. A ciascuno riferisce un colore: dell’occhio è il bianco della lontananza e della contemplazione di distanze irraggiungibili. Il rosso è il colore dell’immersione totale, della partecipazione fisica profonda, che conduce alle emozioni e alle passioni più coinvolgenti. Il nero -non colore direbbero alcuni- nega la percezione ed è per Lepore elemento di azzeramento che consente la rinascita e il ricominciamento di ogni individuale esperienza.
Si genera allora un’arte non inscrivibile nei suoi risultati, ma ricca di tensioni che valicano il perimetro dell’opera finita. La ricerca è parte di un contemporaneo silenzioso, ma argomenta problematiche stringenti; fuori dal clamore è tesa alla concentrazione, ma emana un fascino composto, sottile seducente; rifugge, nella sua indubbia bellezza, ogni estetismo e ogni autoreferenzialità per abbracciare le ragioni analitiche e profonde dell’espressione artistica contemporanea. 

testo pubblicato nel catalogo di Attraverso – Artestudio Clocchiatti – Udine


_ Anna Castellari (2010)

Corpus. Video e pittura alla scoperta del tatto, ad Amsterdam

Sono anni che Silvia Lepore, pittrice e artista che fa parte del Circolo Culturale Porto dei Benandanti di Portogruaro, indaga sul corpo e sul rapporto tra l’anima e corpo. 
Un dualismo, questo, presente da tempo immemore non solo nell’arte ma anche nella letteratura, e in ogni ambito dell’espressione umana. Caposaldo, come fa notare l’artista, sin dai tempi di Platone, di tutta la cultura occidentale. Il corpo vissuto come una gabbia in cui s’imprigiona l’anima, vera essenza dell’uomo. 
Se l’uomo ricerca questa vera essenza, l’alienazione verso la sostanza di cui siamo fatti è però esacerbata, dato che il corpo viene vissuto come altro dall’essenza-spirito. Nemmeno in tempi in cui il corpo viene esibito, sbattuto in tutte le copertine dei giornali, nella televisione e nei media, esso è un tutt’uno con l’anima. Perché dell’anima, in questa società delle immagini, esso è privato. 
Lepore, insieme a Sandro Pellarin, compie un passo avanti in questa contrapposizione, facendo riflettere attraverso i suoi lavori su un non-dualismo: una concezione più vicina alla filosofia orientale, forse, secondo cui con la morte del corpo avviene anche la morte dell’anima, dal momento che non viene posto il problema della resurrezione individuale. E dunque, anima e corpo formano un tutt’uno.
Così, in modo estremamente raffinato, tramite un’installazione e pittura si propone il tema del tatto: l’installazione proposta consiste in otto garze trattate con gesso e colla, dipinte su toni di bianco, con particolari del corpo umano. Esse scendono dal soffitto e formano diversi piani nello spazio espositivo di Amsterdam, PUNT WG in cui si tiene la sua prossima mostra Corpus. Sulle garze proiettato un video, sui toni del rosso, in cui scorrono dei corpi in movimento filtrati dalla trama della garza.
La garza è il materiale che sintetizza l’indagine di Silvia sul tatto: essa separa e mette in contatto l’interno con l’esterno. Attraverso essa può passare, filtrare, non solo l’aria ma anche la luce. 

2010/10/28 
 
ANNA CASTELLARI for ARTITUDE


_ Chiara Tavella (2009)

…Silvia Lepore ha appeso agli alberi dei rettangoli di garza (…) una modalità suggerita dall’ambiente stesso del bosco. Su questi ritagli sono incollati rametti, foglie rinsecchite, fili d’erba, disegni… Tracce raccolte mesi prima, memorie di un bosco invernale che volteggiano lievi al vento e quasi invisibili, nelle cromie raffinate che vanno dai bianchi sporchi al grigio e all’ocra. Ondeggia l’”Anima” del bosco – Anima è il titolo dell’opera – ed esala la malinconia dell’inconsistenza, di qualcosa trattenuto a stento prima che svanisca. Il bosco, qui, è proprio il luogo del perdersi.

Testo pubblicato nel catalogo di In Emblema – Pian delle Farcadizze – Udine


_ Sandro Pellarin (2008)

Nella ricerca degli ultimi anni l’attenzione dell’artista si è andata concentrando sul tema dei sensi intesi come tramite del rapporto più istintivo e diretto con quanto ci circonda. In particolare il tatto si è rivelato come la forma di percezione più primitiva, in grado di stabilire un contatto privo di mediazioni tra noi e ciò che è altro da noi, che innanzitutto si rivela essere il nostro corpo. Da qui uno dei tratti principali di questa pittura che è la tendenza alla sinestesia. Toccare non significa solamente passare la mano su una parte del corpo, ma attivare quella dinamica di apertura e chiusura che ne costituisce la forza e la fragilità insieme, il suo essere limite ma anche tramite del contatto tra esteriorità ed interiorità. Un paradossale immergersi nella e della superficie di quel corpo che si presenta come qualcosa di apparentemente già dato, già conosciuto, e che invece va riscoperto nel sentirne pieghe, forme, insenature, quasi come un paesaggio da esplorare con la carezza dello sguardo pittorico. Ma tutto ciò richiede anche un esercizio di estraniazione dal caos delle sensazioni per potersi immergere nella ricerca di quella che potremmo definire la sensazione ad uno stato di purezza.

Il corpo è una presenza costante nella produzione pittorica dell’artista, esso non si dà nell’evidenza di una rappresentazione realistica ma attraverso un gioco di velamenti e svelamenti che lo rendono enigmatico. Enigmaticità che si accentua ulteriormente nella scomposizione del corpo stesso, nell’attenzione portata sui particolari, sulle pieghe, come se lo sguardo fosse invitato a compiere una lenta zoomata che dissolve il corporeo in una dimensione astratta. Di qui anche la possibilità di un fraintendimento nella lettura di queste immagini, fraintendimento che è il risultato di un ambiguità ricercata. Non a caso l’artista, fin dagli anni degli studi, si è accostata al tema dell’androgino, del corpo il cui apparire si colloca proprio sotto il segno dell’ambiguità. Una pittura quindi il cui intento è di invitare alla scoperta di una chiave ermetica in grado di rivelare l’interiorità attraverso l’esteriorità, coinvolgendo la sfera emotiva e scoprendo la precarietà e nudità dell’essere umano.

La scelta di ricorrere ai monocromi, di forte impatto emotivo, è il frutto di un espressionismo legato ad una raggiunta consapevolezza e maturità artistica. Il rosso è il colore di una sofferta interiorità, di grande forza e impatto, il bianco immerge in una serenità ingenua e quasi prenatale, il nero è la riemersione dal caos, quasi una rinascita e una nuova presa di coscienza. La scelta della garza, non semplice supporto ma parte integrante dell’opera, richiama l’idea di un elemento che avvolge il corpo, lo tocca, e sul quale si depositano delle tracce che prendono consistenza mediante un sottile strato di stucco sul quale si realizza l’intervento pittorico. Ciò che rimane sulla garza è il segno della superficie del corpo, la sua dimensione di filtro che al contempo distingue, separa, ma mette anche in comunicazione, quasi in un ritmo di inspirazione ed espirazione, l’interno con l’esterno. Tutto ciò reso esplicito dalla trasparenza che fa dell’al di là dell’opera parte dell’opera stessa.


_ Sandro Pellarin (2000)

Forme-figure emergono e si dissolvono, quasi presenze fantasmatiche in continua tensione con una materia-colore tesa alla difficile semplicità della monocromia. Stratificazioni, cancellature, la materia è continuo lavoro, è tempo, che permette il manifestarsi della forma e continuamente la occulta. Terra, sangue, acqua, nebbie elementi primigeni e vitali colti nel loro trasmutarsi alchemico; da questo caos fecondo la figura umana si dà, spesso nell’istante della sua metamorfosi, nel movimento della danza in cui continuamente esce da sé e diviene altro, si tuffa e riaffiora dall’abisso del caso-caos in cui tutte le forme sono possibili. Il colore si cristallizza, assume le tonalità e le venature di un minerale, una superficie senza tempo in cui la figura è tracciata nella sua essenzialità, come graffito sulla roccia, archetipo di una forma primitiva. Nel gesto si trasmette l’emozione di una visione, il quadro diviene lo spazio in cui l’interiorità della memoria si fa visibile superando la sua dimensione puramente soggettiva.