_ testi

_ Paola Bristot (2018)

Libri di versi 10

A cura di Silvia Lepore e Sandro Pellarin

Presentazione critica di Paola Bristot

Il nome della poesia

10 anni di libri di-versi, 10 anni di dialogo tra poeti e artisti, un dialogo in cui i linguaggi si sono confrontati, la sfida è stata raccolta e ha portato a un risultato non definibile semplicemente come <libri d’artista>. Parlando di linguaggi direi che i testi si sono commistionati, senza perdere ciascuno la propria sostanza, attingendo ciascuno ad una dimensione poetica come faro-guida.
Nelle sperimentazioni risolte ed elaborate da poeti ed artisti direi si può ribaltare la locuzione latina con cui Umberto Eco concludeva il celebre romanzo “Il nome della rosa”: Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. Parole, carte, ricami, oggetti-sculture, installazioni, libri sono essi stessi una realtà consistente e vera, sono testi, e con la loro realtà oggettuale, rimandano a una verità fatta di concetti, emozioni, angosce, paure, scavi, remore, espresse in sordina, gridate, insinuate, convulse, grevi, intime…
Perciò mi sembra molto più attinente – e lo preferisco di gran lunga – il verso di Gertrude Stein: Rose is a rose is a rose is a rose.

 

Testo: Paola Bristot


_ Paola Bristot (2017)

Divaga vestigia sparse

L’occasione della mostra nello spazio espositivo della Biblioteca Civica di Pordenone ha suggerito a Silvia Lepore di spingersi in un’operazione installativa su ampia scala, proseguendo la ricerca iniziata nella sala della Biblioteca Statale Isontina di Gorizia realizzata nel mese di marzo. Il suo lavoro con le garze trattate a cera e passaggi di colore pastello acquarellato si intensificano sia come numero che in ordine di grandezza a rafforzare il concetto di passaggio, come ricerca interiore intima, da un lato e come esperienza fisica, quella di addentrarsi veramente nello spazio e di scoprirlo. Da qui il senso del vagare, che si è estrapolato e forzato dall’originaria etimologia latina della parola, tratta da una frase delle “Rime” di Francesco Petrarca, per definire il senso di un approccio alle opere anche casuale dettato dagli eventi. E’ uno spostamento dei nostri corpi, che passa da una percezione visiva, tattile, olfattiva, sonora e ci suggerisce deviazioni, svolte che per lo più non sono preordinate, che hanno come sotto testo il senso del destino.

I soggetti stessi con i quali l’artista si confronta sono dei corpi o meglio le loro sembianze o vestigia. Con questi ci confrontiamo anche noi e ci passiamo proprio attraverso o viceversa sono queste vestigia che ci attraversano. Il filo tra passato e presente non è così lungo tanto da farci perdere la coscienza che siamo quello che eravamo, meglio saperlo!

In questo senso il passaggio dalla meditazione sul libro d’artista, parte proprio dall’idea stessa del libro, come stratificazione della conoscenza e della memoria, e trova nelle tracce, nelle impronte, nelle vestigia il suo contraltare, questa volta ampliato e avvolgente. Memorie rinate nel presente e siamo noi che le possiamo rivitalizzare con la nostra stessa presenza, con gli scambi che costruiamo nella loro osservazione e nel nostro incrociare i nostri passi e i nostri sguardi.

Paola Bristot


_ Alessandra Santin (2012)

I corpipaesaggio di Silvia Lepore alludono alle scelte minimali della pittura dell’estremo oriente. Ridotto al minimo ogni frammento e avvicinato come sotto la lente di un potente microscopio e acquista dignità di lettura. Si spalancano in questo modo paesaggi materici di garze e gesso, che offrono imprevisti, e suggestioni inattese. Entriamo attraverso i rari elementi segnici in universi sbiancati. All’improvviso avvertiamo la possibilità del senso e del riposo. Su linee brevi ed essenziali possiamo indugiare a lungo e dimenticare. Le opere di Silvia Lepore sono visioni aperte, dunque flessibili, esorcizzano un ricordo che forse tormenta, ritornando ancora e ancora. Nella morbida dolcezza delle dune, lo sguardo coglie armonie e segue il movimento delicato e ondulatorio di questi corpipaesaggi che accolgono e contengono.

dal catalogo di flessibilità


_ Katia Toso (2012)

AUTENTICHE PIEGHE

“Il molteplice non è soltanto ciò che ha molte parti, ma è anche ciò che risulta piegato in molti modi […] come un derma messo a nudo”1 . Nel solco di questa analogia (di matrice filosofica barocca, come barocca è per molti versi la nostra epoca) si è sviluppata sin dagli esordi la ricerca espressiva di Silvia Lepore, sino a generare una crittografia segnica con la quale i ripiegamenti della materia corporea vengono individuati, accarezzati e scomposti sino a penetrare nelle pieghe infinite del sé. Tale crittografia si dipana ricorsivamente, nel suo farsi, per ossimori solo apparenti, come sono quelli che la piega contiene nella sua intima struttura, dove direzioni opposte vengono a contatto e vie analoghe si divaricano. A partire dalla sua aderenza al supporto di elezione: la garza, che ordina la realtà (visibile in trasparenza) attraverso le coordinate cartesiane della trama e dell’ordito, ma che pure la sovverte nello sfilacciamento organico dei bordi, nelle movenze ariose che increspano la tessitura e la rendono significante di esperienza. In questa rete la materia gessosa del pigmento, dapprima aggiunta con esuberanza, viene spianata dall’artista sino a vagliare le strutture filamentose che restituiscono l’idea di particolari anatomici e gli addensamenti di umori e calcificazioni, seguendo l’andamento delle pieghe piuttosto che definendo forme. Nel labirinto di queste inflessioni, che da territori inesplorati divengono microcanali percettivi, si annullano le distinzioni tra parte e tutto, grande e piccolo, fuori e dentro, regola ed eccezione, materiale ed immateriale; infinite possibilità di relazione si incarnano nelle ombre che da esse emergono sorprendenti sulle pareti con l’enigmaticità di un frottage alchemico. I codici sociali dello sguardo sono azzerati. La disposizione contemplativa che ci è richiesta, come raramente accade nelle logica effimera di molte esperienze estetiche contemporanee, è nella duplice dimensione dell’intensità e della durata. Se questa si avvera, attraversando la fragile mobilità dei frammenti liberamente sospesi cosí come custodendo l’iconicità preziosa dei lacerti inseriti in reliquiari di plexiglass, giunge alfine il momento euristico in cui affiora cosciente una percezione di autentica appartenenza.

1 Gilles Deleuze, La piega. Leibniz e il Barocco, Torino, Einaudi, 2004 [1990], pp. 5-6.


_ Chiara Tavella (2012)

Antinomie del corpo. O dell’esistenza

Dodici stendardi di garza, disposti in modo apparentemente disordinato ad occupare tutto lo spazio. Su sei di queste garze il gesso bianco disegna la ramificazione dei vasi sanguigni; sulle altre, particolari di corpo ingranditi oltre il normale. Sulle garze, anche, la proiezione di due video: in uno scorre la trama larga di un tessuto – ancora garza – tinta di rosso, cosí che il segno bianco degli stendardi si tinge anch’esso durante la proiezione; nell’altro si succedono movimenti lenti di un corpo nudo, parti di corpo, dettagli quasi irriconoscibili. Le proiezioni si frammentano su più piani, si moltiplicano in profondità, si sovrappongono, trascinando con sé l’ombra dei segni in gesso e andando infine a depositarsi sulla parete di fondo, in un fluire di immagini che diviene un continuum ormai del tutto astratto. Lo spazio stesso perde la sua concretezza, si tramuta in un alveo buio e incerto che risucchia lo spettatore, dove ci si inoltra guardinghi come in una selva oscura e luminosa insieme, una foresta “interna”, sanguigna, sotterranea, fatta di vene e arterie. Complice il suono: una pulsazione lenta che ha anch’essa qualcosa di interno, come il rumore di un sasso che cada nell’acqua fonda di un pozzo. La videoinstallazione riconduce al tema del corpo, che emerge con particolare urgenza e con una particolare connotazione nel corso degli anni ‘90, quando i progressi dell’ingegneria genetica – riassunti nel caso della pecora Dolly, clone di cui viene resa nota l’esistenza nel 1997 – pongono una seria ipoteca sull’unicità e l’individualità del corpo. Due anni prima, nel 1995, la 46esima Biennale d’arte di Venezia si era incentrata sulla mostra Identità e alterità, una ricognizione sul corpo umano nell’arte del secolo che si andava chiudendo, da cui emergeva un corpo ormai minato, indebolito fin nella sua più elementare funzione di ultimo argine dell’identità, recinto sgangherato entro cui a stento resiste una qualche parvenza dell’io – uno dei grandi temi del ‘900, questo della dissoluzione dell’individuo. Corpus#3 si inquadra in quest’orizzonte e ha radici lontane: nel corpo che fin da subito, dalla metà degli anni ‘90, è “il” tema della ricerca della Lepore, e nella garza che, desunta dalle esperienze di restauro, diventa dai primi anni 2000 il supporto principale del lavoro dell’artista. A questo si interseca sempre più spesso l’intervento video di Pellarin, che trova nella garza lo “schermo” ideale, proprio perchè non è uno schermo, ma un velo che lascia filtrare al di là l’immagine e permette di superare la bidimensionalità della proiezione, espandendo il video oltre il video, facendolo vivere nello spazio. Cosí nascono Corpus, videoinstallazione presentata nel 2010 ad Amsterdam, e Corpus#2, allestita a Gmünd (Austria), nel 2011. Cosí nasce Corpus#3, in cui il gioco antinomico, insito nel tema del corpo e nell’uso del video, si articola in molteplici polarità: – grande/piccolo: il corpo si fa piccolo di fronte all’ingigantirsi dei capillari, oppure grandissimo; mentre la sovrapposizione dei due video viene riproposta in un visore nascosto in una nicchietta della parete di fondo: micro e macro, l’uno specchio dell’altro; – materia/immaterialità: la raffigurazione del corpo, che è materia, è affidata al video, che è luce, ossia un medium per sua natura immateriale e per lunga tradizione sinonimo dello spirito; – fuori/dentro: le garze, che normalmente fasciano e nascondo il corpo, assumono il ruolo di un filtro trasparente, di un confine permeabile tra dentro e fuori, tra il mondo e l’io, di cui svelano l’essenza interna, l’ineluttabile fisicità del sangue che scorre; – sguardo/tatto: i video, le garze, i segni si “vedono”, il suono si “sente”, ma poi il senso che appare maggiormente coinvolto, anche se non in modo esplicito, è quello del tatto (anche questo un filo conduttore nel lavoro della Lepore): il gesto del corpo ripreso nel video è accarezzare, il suono ha a che fare con la pulsazione. L’installazione stessa è, nel suo insieme, un’esperienza prima di tutto tattile e solo in un secondo tempo conoscitiva: è un’opera in cui veniamo assorbiti dentro, che siamo costretti a sperimentare “sulla nostra pelle”, attraversandola come in un viaggio. In sintesi, corpo e spirito. La matrice platonica del pensiero occidentale, e in fondo anche il nostro senso comune, li ha sempre mantenuti distinti; qui invece si fondono nell’esperienza della corporeità, dell’essere corpo, sangue, carne, pelle; qualcosa che è per sua natura corruttibile e transeunte, ma che resta l’unico terreno possibile su cui fiorisce l’esistenza; l’unico, il corpo, a poter essere sfiorato da una carezza.

Dal catalogo di A quattro mani